2018 / #157

Il nome di questo blog ha cambiato significato col passare del tempo. Ho anche la brutta abitudine di eliminare i post ogni qualvolta non ritengo più mio quello che ho scritto.

Non posso salvare anche te. Inizialmente il suo senso era ben ovvio: non posso aiutarti, non anche te. Era il classico periodo che una buona fetta della popolazione del mondo ha vissuto almeno una volta nella vita. Di solito, dopo l’adolescenza passa, ma conosco persone che continuano a vivere in questo limbo spaventoso dove si è tenuti a risolvere ogni singolo problema altrui, decidendo di lasciar perdere in un angolo i propri.

Dunque sì, ero abbastanza stanca di questa situazione, perché mi ritrovavo ad ascoltare i dubbi esistenziali di tutti e zero individui anche solo vagamente interessati ad aiutare me. Ché poi è ovvio che se vi presentate in massa a chiedermi miliardi di cose, in automatico a me scattano le paranoie su un miliardo di cose +1.

L’empatia per un lungo periodo mi ha fregata, vinceva perennemente lei – ‘sta stronza. Mi sono ritrovata diverse volte a piangere dolori non miei, e anche a provarli. Certo, è anche vero che ho vissuto diversi momenti di pura gioia, grazie a risultati altrui. E se mettessi i lati positivi su un piatto della bilancia, e i lati negativi sull’altro, vincono anche solo a occhio quelli negativi. Ma –come dice una delle mie tante canzoni preferite– basta un giorno così a cancellare centoventi giorni stronzi.
Ho imparato –e tuttora lo sto facendo– a conviverci, e anche a volerle bene, a ‘sta stronza.

E’ vero anche che capita che questa mia empatia vada davvero oltre il limite, un po’ dove cazzo le pare. Ed è stato proprio in uno di questi momenti che mi sono resa conto che il fatto di dire a qualcuno che io non possa salvarlo, che io non possa proprio farci un cazzo se è nei guai, perché ehi, prenditela con quei cretini prima di te che non sono neanche stati in grado di dire grazie mezza volta, perché è proprio colpa loro se io non posso salvare anche te; devo prima pensare per me, poi se mi resta tempo, si vede, è stato proprio qui che mi son detta:
Scusa eh, Robè. Ma se adesso viene da te, che so, un povero disgraziato qualsiasi che a te non t’ha fatto proprio niente, che colpa ne ha lui?

E –rullo di tamburi– mi sono anche data una risposta. Arrangiati. Io non posso salvare anche te, io devo salvarmi, io voglio salvare me. Fallo anche tu, salvati da solo, salvati da sola. Non buttarti subito nel chiedere la soluzione a qualcun altro.

Non è una forma di snobismo la mia, è solo un invito a cavarvela da soli. Imparate a farlo. Imparate a distinguere il vero dal falso, a comprendere che la felicità è uno stato mentale che potreste raggiungere con una facilità indescrivibile se solo la smetteste di avere tutte queste false aspettative su cosa essa sia.

E se non avete proprio la più pallida idea di cosa sia, sappiate che prima o poi lo scoprirete.

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